Qahwa or shay? La mia esperienza di volontariato al “Cafè Willkommen”

Arrivai, anzi ritornai a Bamberg nell’aprile 2016, città di cui mi innamorai durante il mio Erasmus e prescelta per proseguire gli studi universitari. Con me avevo una laurea in Sociologia, una discreta esperienza di volontariato nel mio territorio natale – il Trentino – e un tirocinio presso una casa di accoglienza per migranti a Bolzano.

Appassionata da sempre di culture e tradizioni diverse, mi interessai negli anni universitari dei fenomeni migratori del nostro presente. Sentivo il desiderio di comprendere cosa stesse accadendo, e nacque dentro di me la necessità di dare un contributo concreto, soprattutto nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione.

Nei panni di una “migrante educativa” e con qualche mese di esperienza all’estero alle spalle, decisi fin da subito di cercare un’associazione che si occupasse di accoglienza migranti. Dalla prospettiva di una straniera come me, mi resi conto fin da subito di quanto fosse importante aiutare delle persone appena arrivate e che da lì a breve si sarebbero dovute confrontare con la burocrazia tedesca e con un nuovo stile di vita.

Cercai su Google l’elenco delle associazioni della città, e scrissi a quelle che sembravano fare al caso mio. Purtroppo, in parte per alcune risposte mai arrivate, e in parte per la mia soggezione di inserirmi in un contesto differente da quello universitario, il mio progetto non andò subito a buon fine. Un po’ delusa – lo ammetto – decisi di far passare qualche mese, con la promessa di riprovarci non appena avessi iniziato a sentirmi un po’ più inserita nella città.

Nel dicembre 2016 incappai in un post Facebook dove l’associazione Freund statt Fremd e.V. cercava volontari per un nuovo progetto. “Freund statt Fremd” significa letteralmente “Amici anziché estranei”, ed è un’associazione fondata a Bamberg nel 2011 con lo scopo di fornire sostegno concreto per richiedenti asilo e rifugiati. Dopo l’apertura nel luglio del 2016 del campo di accoglienza AEO (Aufnahmeeinrichtung Oberfranken), Freund statt Fremd decise infatti di aprire al suo interno un presidio di orientamento: un punto di ascolto con caffetteria e spazio giochi per bambini.

Il nuovo camp fu costruito nell’area di quella che fino a qualche decina di anni fa era una base militare statunitense. L’AEO venne concepito come centro di accoglienza per richiedenti asilo, e funziona allo stesso tempo come centro di arrivo, accorpando anche l’ex ARE II (Ankunfts- und Rückführungseinrichtung), un centro speciale per richiedenti asilo provenienti dai cosiddetti “Paesi di origine sicura”.

Sapevo di aver trovato quello che stavo cercando: incuriosita ed emozionata scrissi subito una mail in cui mi presentavo e davo la mia disponibilità. Dopo poche ore ricevetti una risposta entusiasta e di lì a qualche settimana iniziò la mia esperienza. Ammetto che le prime sensazioni furono veramente strane: non avevo idea di cosa fosse un campo di accoglienza, e mai avrei immaginato di dovermi fermare ad un gate dove guardie in divisa chiedevano di identificarsi e di indicare il proprio nome in una lista di persone autorizzate all’accesso. La prima volta che misi piede al camp, mi sembrò di essere in un’area residenziale alla periferia di qualsiasi cittadina tedesca: file ordinate di edifici anonimi a quattro piani, spazi verdi, persone intente a passeggiare e bambini che scorrazzavano in giro. L’unica differenza era però una lunga recinzione che cingeva tutto il perimetro dell’area.

Il “Cafè Willkommen” così come lo spazio giochi, si trovano in due appartamenti messi a disposizione dall’amministrazione dell’AEO, vicino ad altre palazzine dove vengono ospitati gli operatori del Ministero per la migrazione (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge), della consulenza legale e sociale, della Croce Rossa, dell’ambulatorio medico, della sicurezza, della mensa ed altro ancora.

Scopo principale del progetto è dare vita a un punto d’ascolto: davanti a una tazza di caffè o di tè, oppure in compagnia di un gioco da tavolo, cerchiamo infatti di creare un’atmosfera distesa e favorevole al dialogo. Compito di noi volontari non è soltanto la gestione degli spazi, ma anche e soprattutto quello di creare un rapporto di fiducia con i nostri ospiti e di indirizzare loro a seconda delle necessità. Disponiamo inoltre di una libreria e di una bacheca attraverso le quali cerchiamo di offrire quante più informazioni possibili, tradotte nelle principali lingue rappresentate al camp, grazie soprattutto al network di organizzazioni con cui collaboriamo.

Le attività che vengono realizzate sono tra le più varie: si va dai corsi di tedesco fino ai corsi di cucito, laboratori artistici, pomeriggi di jam session, iniziative sportive e molto altro.

Ai volontari (attualmente circa una ventina) è richiesto di fare almeno un turno a settimana, per garantire l’apertura quotidiana del caffè. Non sempre è facile mantenere l’impegno, ma si cerca di fare il possibile. La maggior parte dei miei colleghi sono persone di mezz’età e con noi collaborano anche alcuni rifugiati (in particolare dei ragazzi siriani e iraniani), risorsa importantissima per coinvolgere gli altri richiedenti asilo e per tradurre in caso di necessità.

Com’è naturale che sia, anche al “Cafè Willkommen” esistono difficoltà ed incomprensioni, quest’ultime non solo con e tra gli utenti ma anche tra volontari stessi. Fortunatamente il nostro team organizza a cadenza regolare un incontro dove poter discutere sull’andamento del progetto e programmare le nuove attività. Abbiamo inoltre avuto la possibilità di prendere parte a un corso di primo soccorso e, in collaborazione con altri enti, vengono organizzati incontri di aggiornamento per noi volontari.

Una cosa fin dal primo momento mi ha sorpresa: mai avrei immaginato che la mia nazionalità potesse in qualche modo favorire il mio processo di inserimento al caffè. Appena scoperto che sono italiana molte persone infatti, in particolare provenienti da Eritrea, Ghana, Senegal, Marocco ed Albania colsero fin da subito l’occasione per scambiare quattro chiacchere in italiano, lingua imparata nei lunghi mesi di permanenza nel nostro Paese. Gli altri volontari mi coinvolgono spesso per scrivere e-mail, contattare organizzazioni ed enti italiani, oppure parlare con persone la cui domanda di asilo è stata rifiutata e che dovranno forzatamente ritornare in Italia.

Alla fine di ogni turno le emozioni sono senz’altro contrastanti: ogni istante passato al caffè è per me un’importante occasione di arricchimento umano e culturale; allo stesso tempo è però difficile farsi custode di storie di migrazione nella maggior parte dei casi drammatiche.

Credo personalmente che un volontario impegnato in questo settore debba cercare per quanto possibile di essere onesto e realista, ma soprattutto di capire quali sono i propri limiti umani e accettarli. Sto anche imparando quanto sia fondamentale rispettare le scelte delle persone con cui lavoriamo, anche se queste spariscono senza lasciare traccia oppure non ne vogliono sapere di seguire i nostri consigli.

La mia esperienza al “Cafè Willkommen” mi sta facendo capire come sia importante approcciare ognuno di loro non come facente parte di un unico grande gruppo di “rifugiati”, “richiedenti asilo” o “profughi”, ma di considerare ogni singola persona alla luce del suo background culturale, del suo vissuto, dei suoi sogni e aspettative, senza però (e qui viene il difficile!) cercare di misurarle alle proprie.

Frequento un Master in Studi Interreligiosi perché spero un giorno di poter realizzare il mio sogno di lavorare per un’organizzazione che si occupi di integrazione, dialogo tra culture e religioni. Proseguo intanto la mia attività di volontariato perché mi rendo conto che l’integrazione parte anche, e soprattutto, da piccoli progetti come questo. L’integrazione inizia con una stretta di mano, con la voglia di conoscere e di conoscersi, anche davanti a una semplice tazza di caffè.

Eleonora Mocellin

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