Reinterpretare il mondo attraverso le lingue: la mia passione per l’arabo e il tedesco

Se un cartomante, dieci anni fa, leggendo le carte avesse predetto il mio futuro di girovaga, non gli avrei di certo creduto. Avrei preso per pazzo lui e le carte. Italia, Austria, Tunisia, Egitto, Germania, Algeria, Sudan: ecco il mio andirivieni da quando ho messo giù in cantina i libri di scuola e ho deciso di imparare due lingue, l’arabo e il tedesco, che nel frattempo sono diventate parte di me, della mia personalità, del mio modo di vedere il mondo.

Se è vero, come sostenevano i due linguisti Sapir e Whorf, che esiste una correlazione tra la lingua parlata e il modo in cui percepiamo la realtà che ci circonda (“ipotesi della relatività linguistica”), allora perché non credere che imparare una nuova lingua non possa cambiarci in meglio, aprirci a nuove culture e renderci critici nei confronti delle nostre certezze?

Di questo pensiero sono una sostenitrice convinta, non per via puramente teorica, ma perché la mia esperienza a contatto con gente di diversa nazionalità, religione e cultura, a livello personale e lavorativo, ha completamente stravolto la mia vita e mutato la prospettiva dalla quale osservo chi e cosa mi sta attorno.

Il mio cervello pensa e si esprime di base in italiano, ma laddove questa lingua non basta (tutte le lingue hanno i propri limiti!), switcha in tedesco e in arabo, talvolta in inglese e in francese, a seconda dei casi. Un esempio? Ogni qualvolta finisco di lavorare, dico tra me e me alhamdulillah (in arabo “grazie a dio”) mentre mi godo il mio bel Feierabend (in tedesco “il riposo della sera”).

Starete pensando, è solo una questione linguistica. E invece no! Si tratta davvero di un modo diverso di vedere le cose, che ho lentamente maturato, lasciandomi assorbire dalla mentalità tedesca e dalla cultura arabo-musulmana.

Sui miei viaggi e le mie permanenze all’estero potrei intrattenervi per ore: disavventure, momenti indimenticabili, amicizie uniche, shock culturali, misunderstandig, momenti di esasperazione e smarrimento, soddisfazioni e tanti, tanti episodi da barzelletta. Ma qui vorrei raccontarvi la mia scelta di studiare l’arabo in Germania e quali sorprendenti effetti essa abbia sortito.

Perché studiare l’arabo in Germania

Diciamoci la verità, oggigiorno l’arabo, in qualunque paese ed istituzione venga insegnato, soffre di grandi deficit.

Giusto per fare un piccolo elenco. L’arabo è una lingua semita, ben lontana dalle lingue indoeuropee, e definita per questo come “truly foreign language” (una lingua davvero straniera). Nessuno parla l’arabo standard (la variante linguistica che ancora oggi ci si ostina ad insegnare), il che vuol dire che bisogna necessariamente imparare un dialetto, che a sua volta comporta di fatto l’apprendimento di un’altra lingua. Inoltre ogni dialetto ha una specifica area dove viene parlato (e con ciò intendo non necessariamente un paese, può trattarsi anche solo di una regione o città), così come delle specifiche connotazioni culturali, che innescano tutta una serie di stereotipi o pregiudizi (l’egiziano può suonare divertente o vanitoso, il siriano elegante, il marocchino incomprensibile, il sudanese rozzo).

Tutto ciò genera una serie di problematiche a livello didattico che rendono l’arabo una lingua particolarmente difficile da veicolare e da imparare. Il risultato è spesso un grado di frustrazione tale, che molti studenti lo abbandonano dopo un paio di lezioni o viceversa, ne diventano ossessionati (ed io ne so qualcosa…).

Per chi dovesse farcela però, l’arabo è una lingua che non smette mai di stupirti, non solo per il suo immenso vocabolario fatto di mille sinonimi e sfumature di significato, ma anche per la vivacità culturale che trapela da ognuno dei suoi dialetti.

Un proverbio arabo dice “impara la lingua, così conquisterai il suo popolo”. Non c’è niente di più vero per l’arabo. Per esperienza personale vi dico: non riuscirete mai a comprendere la forma mentis di un arabo se non padroneggiate il suo dialetto.

Questa consapevolezza e l’aver studiato per ben quattro anni l’arabo standard senza averlo mai utilizzato per comunicare, mi hanno spinto a mettermi alla ricerca di un master che mi desse la possibilità di imparare l’arabo colloquiale. La Otto-Friedrich Universität di Bamberga, con un programma improntato su interpretariato, traduzione, letteratura, con due corsi di egiziano e un’esperienza di tirocinio in un paese arabo, mi è sembrata per questo la più appropriata.

La Germania conta ben 17 atenei specializzati in lingua araba, scienze islamiche e studi medio-orientali. Alcuni di essi prevedono uno o due semestri di studio o stage all’estero, così come progetti di scambio e collaborazione con università del mondo arabo.

I punti di forza del sistema tedesco? La presenza di lettori madrelingua, con i quali praticare un po’ di arabo colloquiale in un contesto dove continua purtroppo a prevalere l’insegnamento dello standard; la qualità dell’offerta formativa, che viene costantemente aggiornata alle esigenze del momento e alle richieste degli studenti; il contatto con fonti originali, specialmente in corsi di religione islamica e letteratura araba.

La Germania ha oltre a ciò il grande vantaggio (alcuni direbbero svantaggio) di essere attualmente una delle principali mete di siriani, iracheni, sudanesi e palestinesi che scappano per ragioni a voi già note. Il lavoro con richiedenti asilo di madrelingua araba è stata, per così dire, una delle più belle “distrazioni” dallo studio, che questo paese abbia potuto offrirmi. Dopo aver prestato servizio come volontaria per traduzioni dall’arabo al tedesco e accompagnamento di migranti per circa un anno, ho insegnato il tedesco come seconda lingua (Deutsch als Zweitsprache) in corsi di integrazione per minorenni richiedenti asilo.

Questa indimenticabile esperienza ha rappresentato non solo il consolidamento delle mie competenze linguistiche, ma anche una vera e propria crescita a livello umano, un’apertura verso mondi, storie, stili di vita ai quali non avevo mai pensato e che hanno ancora una volta stravolta il mio modo di guardarmi intorno.

Incontro tra due culture: il Goethe-Institut di Khartoum

A conclusione del master volevo continuare ad investire sulle mie due grandi passioni, l’arabo e il tedesco. La Germania mi aveva già dato tanto, era ora di cambiare aria. La mia scelta è ricaduta sul Goethe Institut di Khartoum.

Perché proprio il Sudan, vi starete domandando. A chi me lo chiede, racconto sempre la stessa storia: durante un’escursione nel sud dell’Egitto, a Luxor e Assuan, mi innamorai perdutamente della natura incontaminata di questa regione, con i suoi colori vivaci lungo i fianchi del Nilo e desertici poco più in là. Mi innamorai di quella sensazione di “intoccato”, selvaggio, lasciato a se stesso e caldo stagnante, che spesso si incontra in questi paesi e di cui sentivo davvero il bisogno dopo tanti anni di freddo, ordine e disciplina tedesca. E così pensai bene di scendere ancora più giù, nel cosiddetto “paese dei neri” (razzismo a parte), il Sudan.

Sono partita senza sapere nulla, in parte perché lo volevo (le aspettative è meglio lasciarle a casa delle volte), in parte perché sul Sudan si trovano pochissime informazioni, ancor meno gente che lo ha visitato.

Ho iniziato così un percorso di tre mesi nel programma culturale e linguistico del centro di cultura tedesca dove, oltre all’organizzazione di eventi e workshop, ho gestito le attività per il potenziamento della lingua, come il circolo letterario, il circolo di conversazione per principianti e il cosiddetto Stammtisch.

Entrare in un Goethe-Institut è un’esperienza di crescita a 360°, specialmente se la si fa in un paese così fisicamente, culturalmente e mentalmente distante dalla Germania e dall’Europa.

Insegnare il tedesco (o qualsiasi altra lingua) in realtà simili non significa esportare la civiltà occidentale ed imporla ad un altro popolo, come facevano i francesi ai tempi della colonizzazione. Insegnare il tedesco è un incontro fra culture, è un confrontarsi quotidianamente, è un conoscersi basato su un equo interesse.

Per poter comprendere a pieno ciò che intendo basta assistere ad una lezione o partecipare ad un gruppo di conversazione: il filo conduttore è sempre la scoperta e il confronto tra la realtà tedesca e quella sudanese, sulle quali ognuno può raccontare ciò che sa o che ha vissuto, può esprimere un parere ed esercitare una critica. Così si sviluppano discussioni estremamente interessanti sui temi più svariati, dalla coscienza ecologica al senso della vita, dalle buone maniere a tavola al significato dell’amore.

Ed è sorprendete scoprire come, chi insegna o svolge un’attività di moderazione, prenda in realtà molto più di quanto dia: se è vero che gli studenti sudanesi sono estremamente curiosi e non smettono mai di fare domande su cosa funziona e come in Germania, il discorso finisce spesso per ribaltarsi sul Sudan, sulle sue problematiche interne (politica, economica, società, conflitto generazionale) e i suoi aspetti più divertenti. Ed è lì che ho imparato tantissimo sulla cultura e la lingua sudanese, che non smettono mai di sorprendermi!

Qui va detto che la missione del Goethe Institut va di fatto oltre l’offerta di corsi di lingua. Se si getta uno sguardo al programma culturale, si capisce bene come questo rappresenti una straordinaria opportunità per i giovani sudanesi non solo di esprimere se stessi in ambito artistico e musicale, ma anche di entrare in contatto con dimensioni diverse dalla loro e spesso irraggiungibili.

Non bisogna dimenticare che il Sudan resta uno dei paesi più indebitati al mondo con ristrette possibilità di formazione professionale, soprattutto nel campo della tecnologia. I sudanesi che hanno la fortuna di partecipare gratuitamente a questi progetti acquisiscono conoscenze e competenze che difficilmente potrebbero ottenere rimanendo in Sudan. Questo rende il Goethe Institut un luogo di crescita oltre che una porta aperta sul mondo.

Ma se è vero da un lato che il Sudan è un paese assetato di conoscenze e bisognoso di aperture, bisogna anche ammettere che chiunque abbia modo di arrivare qui ha molto da imparare e scoprire. La differenza culturale, mentale e comportamentale è talmente grande che non si può fare a meno di notarla e in alcuni casi di farne tesoro.

Peccato però, che poco si conosca di tutto ciò all’estero e che visitare un paese come questo possa delle volte provocare un vero e proprio shock culturale. Da queste mie considerazioni è scaturita l’idea di creare un blog che possa aprire a noi “occidentali” le porte del mondo arabo, che possa spronarci a scoprire questa parte di mondo che negli ultimi tempi è stata dilaniata da paure, pregiudizi e stereotipi. The Arabic Gate,ancora work in progress, è il frutto della collaborazione con alcuni colleghi tedeschi, esperti di medio-oriente e viaggiatori infaticabili, che vogliono condividere con studenti di arabo e turisti coraggiosi le loro esperienze in Egitto, Sudan, Palestina, Gerusalemme, Giordania e Marocco.

A chi di voi volesse ampliare i propri orizzonti cognitivi e fare un’esperienza di crescita culturale, non posso far altro che consigliare di visitare il nostro blog e avventurarsi in un tirocinio all’esterno. Per chi oltre a ciò volesse assaporare un po’ d’Africa e scoprire un paese musulmano, il Sudan è da non perdere: un mix unico di lingua e cucina araba, tradizioni musulmane, musica, danza e temperamento africano.

Linda Salerno

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